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breve storia del

Collodio Umido

1851. La Fotografia è ormai un fatto piuttosto comune, già da una decina di anni i processi di Daguerre e Talbot sono stati sdoganati e resi pubblici, così il mondo ha potuto iniziare a fotografare.

 Entrambi i procedimenti mostravano però dei punti deboli che li rendevano complementari, ma esaustivi.

Da una parte il DAGHERROTIPO restituiva immagini di straordinaria nitidezza, ma portava dalla sua lo svantaggio di essere irriproducibile.

Aveva un costo elevato, dovuto al costo dei materiali (lastra di rame placcata d’argento). Richiedeva lunghissimi tempi di posa che ne rendevano quasi impossibile l’uso ritrattistico.

Dall’altra parte il CALOTIPO non poteva di certo vantare la stessa nitidezza del dagherrotipo, ma mise in campo per la prima volta l’idea di Negativo Fotografico. Restituendo un’immagine negativa dava la possibilità di riprodurre in stampa ogni scatto quante volte si voleva.

Il supporto utilizzato da Talbot era una casta molto sottile per lasciar filtrare la luce. Questa al tempo stesso era poco costosa, ma si portava dietro i difetti legati alla trama della carta stessa: colpevole in prima istanza della scarsa nitidezza.

 

 

È in questo panorama che si inserisce la scoperta dello scultore inglese Frederick Scott Archer: la tecnica del COLLODIO UMIDO. Questa tecnica portava con sé i vantaggi dei metodi precedenti (nitidezza e riproducibilità), unendoli in un unica tecnica. Soppiantò tutte le tecniche precedenti e rimase la tecnica principale per un trentennio. Fino a quando nel 1880 un certo sig. George Eastman fonderà la futura KODAK, ma questa è un’altra storia.

 

L’intuizione di Scott Archer fu di utilizzare come supporto il VETRO, in grado di garantire un ottima trasparenza al quale applicare un film da sensibilizzare costituito di collodio.

Il Collodio è una soluzione di nitrocellulosa in Alcol ed Etere che veniva usato in medicina già da allora per chiudere piccole lesioni della pelle. È un liquido viscoso capace di creare un piccolo film trasparente protettivo che si asciuga in poco tempo a contatto con l’aria.

 La formula fotografica prevede un ulteriore diluizione del collodio in alcool ed etere e l’aggiunta di una soluzione iodizzante composta di ioduro di potassio e bromuro di cadmio.

La lastra di vetro, ricoperta di collodio veniva poi immersa in una soluzione di nitrato di argento:

 

in questo modo gli ioni di argento si possono combinare con gli ioni di iodio, formando all’interno del film di collodio un composto di ioduro d’argento, FOTOSENSIBILE.

 

 Una volta esposta, questa lastra doveva essere sviluppata ancora UMIDA in una soluzione a base di solfato ferroso e fissata nel già noto “iposolfito di sodio”(tiosolfato di sodio) o in ferricianuro di potassio.

Proprio la necessità di sviluppare la lastra ancora umida dà il nome al processo. Una volta asciutto il collodio diventa impermeabile alle altre sostanze, rendendone impossibile la lavorazione. Per questo motivo i fotografi che lavoravano all’aperto erano costretti a portarsi dietro qualcosa che somigliasse ad una camera oscura: una tenda, un carro e così via.

La nuova tecnica forniva al fotografo una duplice scelta tecnica, con risvolti pratici ed estetici differenti: il POSITIVO e il NEGATIVO.

Il collodio umido POSITIVO è la tecnica che ci porta ad avere un negativo molto debole sulla lastra; messa questa su sfondo nero avremo una lettura dell’immagine positiva.

Questa sua caratteristica ha portato i fotografi a sperimentare, oltre al vetro (verniciato poi di nero sulla parte opposta) anche altri supporti non trasparenti. Da subito è entrato in voga l’uso dell’alluminio verniciato di nero: in questo modo si potè ottenere direttamente un’immagine positiva su un supporto meno fragile del vetro. 

Gli AMBROTYPES(vetro) ed i TINTYPES(alluminio) divennero molto di moda in diversi formati e furono la tipologia preferita dai fotografi di strada, la cui necessità primaria era quella di consegnare un prodotto finito in un tempo molto breve.

Il collodio umido NEGATIVO è invece la tecnica che porta alla creazione di lastre di vetro negative.

Il vantaggio diretto di questa tecnica è ovviamente la riproducibilità in numero virtualmente illimitato, tramite stampa, del negativo.

Questo portò un allargamento enorme del bacino d’utenza della fotografia, grazie ad un abbassamento dei costi vertiginoso rispetto ad un dagherrotipo, pur mantenendone la stessa nitidezza.

Il collodio umido aprì così le porte ad una democratizzazione della fotografia.